RACCONTI
Dai dati al racconto
L'importanza di raccontare per non dimenticare
GUGLIELMO MATTEINI
Grazie ad una mail inviataci da Ivo Matteini, abbiamo potuto conoscere e ricostruire la storia di Guglielmo Matteini, suo avo, che emigrò in Argentina nel 1898.
Guglielmo Matteini nacque a Rimini il 5 Novembre 1858, un venerdì.
Svolse regolare servizio militare nel 1895, quando venne chiamato alla leva militare obbligatoria, che allora aveva una durata di 3 anni ( solo nel 1909 la leva obbligatoria passò da 3 a 2 anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale scese a 18 mesi, che diventarono 15 nel 1964, ed in seguito 12 mesi nel 1986 ).
Guglielmo si congeda dalla ferma militare il 28 Maggio 1898 con buona condotta e fedeltà d'onore.
Non si sa di preciso in che anno si sposò con Giuseppina Macchi, nata nel 1873. Si presume subito dopo la ferma di leva, poiché nel Luglio del 1898 Guglielmo partì da Genova con la nave Washington diretto a Buenos Aires, dove successivamente trovò lavoro come fabbro. Nonostante vivesse e lavorasse in Argentina dal matrimonio con Giuseppina nacquero 5 figli, Attilio, Luigi, Mario, Anna, Eva, perché Guglielmo era sì partito per lavorare in Argentina ma come tutti gli emigrati tornava in Italia per la famiglia.
Nel 1913 tornò in Italia a prendere Giuseppina e la figlia più piccola, Eva, di 9 anni, per portarle definitivamente in Argentina lasciando qui in Italia gli altri figli.
Guglielmo e Giuseppa, come raccontato da Ivo, in Argentina ebbero altri figli. Nella sezione fotografie potete vedere le foto di Guglielmo e Giuseppa Matteini.
SALVATORE MATTEINI
Ricevemmo una mail da Brian, discendente di Salvatore Matteini emigrato negli Stati Uniti alla fine del 1800.
Nella sua prima mail di contatto Brian ci informa che il suo trisavolo Salvatore era nato in Italia nel 1865, ed arrivò negli States prima del 1861, anno in cui sposò la sua prima moglie Giuseppina Gerdonna. Purtroppo, quest'ultima morì giovanissima, all'età di 35 anni. Riguardo alla morte di Giuseppina Brian ci invia anche la foto della lapide di Giuseppina e di Salvatore.
Inizialmente Brian ci informa che non conosce la provenienza italiana del suo trisavolo Salvatore ma che avrebbe comunque provato a cercare in loco, anche sulla figlia di Salvatore, la sua bisnonna Josephine.
Non passa molto che Brian ci invia una nuova mail dicendoci che è riuscito a ritrovare l'atto di matrimonio di Salvatore con la prima moglie Giuseppina, scoprendo che Salvatore è nato a CHIUSA SCLAFANI, di cui abbiamo già un ramo genealogico qui sul sito.
Continuando a cercare Brian riesce a trovare l'atto di nascita del suo trisavolo Salvatore, (risulta nato nel 1864) su cui c'è scritto il nome del padre di Salvatore, Antonino, e della madre, Anna Maria Schifano. Alla luce di questo Brian inizia a consultare l'albero genealogico di Chiusa Sclafani pubblicato qui sul sito e pone un quesito: Antonino può essere fratello di Salvatore Matteini nato a Chiusa Sclafani nel 1834?
Analizzando i dati che ci ha inviato Brian, e confrontandoli con quelli in nostro possesso riguardo il ramo di Chiusa Sclafani ci sentiamo di azzardare anche noi una probabile parentela. Analizziamo i dati: sull'atto di nascita del trisavolo di Brian ( Salvatore ) è riportata l'età del padre Antonino e della madre Anna Maria, ovvero 40 anni per entrambi.
40 anni nel 1864 ci fa arrivare all'anno di nascita del 1824. Sempre azzardando un ipotesi pensiamo che agli inizi del 1800, a Chiusa Sclafani, non ci fosse una massiccia presenza di Matteini tale da NON essere imparentati tra loro. In virtù di questa congettura azzardiamo la conclusione che Antonino fosse un parente stretto del Salvatore rimasto in Italia, questi nato nel 1834.
Ad oggi, purtroppo, non ci è consentito confermare tale congettura con dati cartacei per motivi legati alla distanza. Contiamo comunque di avere occasione di poter visionare i registri e avvalorare quanto ipotizzato.
Ringraziamo Brian per la sua ricerca in loco e per averla voluta condividere con noi autorizzandoci a pubblicarla sul nostro sito.
Prof. CARLO MATTEINI
Carlo Matteini nasce in un anno imprecisato sulla fine del 1800. Lo troviamo inquadrato come ufficiale di Marina già nella Grande Guerra del 1915/18, vedremo più avanti il perché di questa certezza. Si laurea in ingegneria elettronica a Roma, e nel Novembre del 1934 viene segnalato, assieme al collega Prof. Ugo Ruelle, per una attiva collaborazione alla stesura di un trattato enciclopedico dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana nientemeno che con GUGLIELMO MARCONI sul tema "Radiodiffusione" e "Radiocomunicazioni" .
Ugo Ruelle e Carlo Matteini erano già membri del Comitato Nazionale per la radiotelegrafia e telecomunicazioni del CNR, presieduto appunto da Guglielmo Marconi.
Abbiamo citato che nel '34 del secolo scorso Carlo Matteini era appunto ufficiale di marina.
Tra il 1936 e il 1939, ovvero poco prima dello scoppio della II Guerra Mondiale, Carlo Matteini fece costruire, su suo progetto, il comprensorio militare di S. Rosa, dove tutt'oggi ha la sede il comando in capo della squadra navale, che costituisce il vertice dell’organizzazione operativa della Marina Militare. Lo fece costruire per allestirci l'imponente stazione radio trasmittente.
Nel 1943 era Generale delle Regie Armi Navali ( Capo di Stato Maggiore della Marina N.d.R. ). Con la fine della guerra, agli inizi degli anni '50 dello scorso secolo, tornò al suo primo amore, le radio-telecomunicazioni, dove lo videro docente universitario di Radiotecnica.
Abbiamo ricevuto un aneddoto via mail su di lui da parte di un suo ex allievo universitario, il Sig. Bruno, che riportiamo integralmente così come lo abbiamo ricevuto:
" Ho letto con vivo interesse quanto avete scritto del Prof. Carlo Matteini e desidero aggiungere alcune informazioni che lo riguardano.
Finita la seconda guerra mondiale ebbe dal governo l'incarico di distribuire agli armatori italiani i liberty messi a disposizione dagli Stati Uniti. Lo fece con equità conquistandosi la stima e la fiducia di tutto l'armamento.
Nel primo dopoguerra il traffico radio delle navi era gestito da una società a capitale pubblico che provvedeva, attraverso i marconisti, a riscuotere il costo a bordo, per inviarlo poi ai ministeri delle poste dei vari paesi a cui competeva.
Gli armatori decisero di fondare una società privata con le stesse competenze e diedero l'incarico al prof. Matteini di fondarla.
Nel 1947 nacque così la Compagnia Generale Telemar e Matteini fu il suo primo amministratore delegato.
Io ho conosciuto Matteini in quanto per oltre 30 anni ho diretto la sede di Genova della Compagnia e devo a lui il mio primo aumento di stipendio. All'avvento del transistor affidò all'Autovox l'incarico di progettare e costruire un radiotelefono. Quando fu pronto il prototipo, mi affidò l'incarico di presentarlo a Mantovani, quello della Sampdoria, cosa che feci. A causa dei materiali scadenti usati dall'Autovox l'apparato non ebbe successo.
Un altro ricordo che testimonia la devozione che gli armatori avevano per lui riguardo Lollighetti. Lo avevo accompagnato da Lollighetti; l'armatore lo aspettò sulla porta, lo aiutò a togliersi e a rimettersi il cappotto. Ricordo che passava le vacanze sull'isola d'Elba.
In una seconda mail il Sig. Bruno aggiunge:
(..)Ancora a proposito di Carlo Matteini e della sua lungimiranza.
Era stato il capo progettista della centrale nucleare del Garigliano e un giorno ci portò a visitarne i lavori di costruzione di cui era il direttore. Nel suo ufficio (una baracca di legno col tetto precario, al centro del cantiere) due delle pareti avevano delle mensole che reggevano molti contenitori da museo di scienze naturali: un agnello con due teste, lucertole con code o zampe in più, e cose del genere. Ci disse che per essere un bravo ingegnere ci si deve saper mettere al riparo da future possibili contestazioni. Lui, appena scelto il sito e prima di iniziare le pratiche di acquisto ed esproprio dei terreni, era andato a trovare tutti i contadini della zona distribuendo un po' di denaro e promettendone molto altro a chi, avendo trovato un animale o una pianta mostruosi, li avesse consegnati senza indugio a un certo notaio in città che avrebbe provveduto a verbalizzare la consegna e a provvedere per la conservazione. Infatti tutti i contenitori avevano il sigillo notarile e tutti i verbali di consegna erano archiviati per data, tutte precedenti all'inizio dei lavori.
Alle nostre domande ci spiegò che, non appena la centrale fosse entrata in esercizio, al primo mostro ritrovato sarebbero spuntati un sacco d'incompetenti a blaterare che le schermature non erano sufficienti e che le radiazioni si diffondevano nell'ambiente e sciocchezze simili; e che a quell'epoca i verbali del notaio e suo mini museo sarebbero stati preziosi per dimostrare che i mostri c'erano anni prima che arrivasse la prima carica radioattiva. (...) E' tutto. "
Carlo Matteini, un uomo che viaggiava nel tempo con la mente!
TEODORO MATTEINI ( pittore )
( estratto da Enciclopedia Treccani )
Nacque a Pistoia il 10 maggio 1754, da Ippolito e da Anna Marraccini.
Ricevette i rudimenti del mestiere dal padre, affermatosi come decoratore di quadrature prospettiche nel palazzo vescovile e nelle ville della provincia pistoiese, fra cui la residenza del cavaliere Niccolò Forteguerri, che divenne il primo mecenate del giovane Teodoro, permettendogli di trasferirsi a Roma nel novembre 1770 per seguire l’insegnamento dell’ormai celebre Pompeo Batoni.
Nella capitale pontificia Teodoro cominciò a frequentare i corsi mensili dell’Accademia del nudo in Campidoglio. Nell’aprile del 1771 partecipò al concorso clementino, vincendo il secondo premio nella terza classe di pittura, con una copia dell’Apollo di villa Medici (Roma, Accademia nazionale di S. Luca); mentre nel settembre dell’anno seguente si distinse nella prova semestrale dell’Accademia del nudo, ottenendo il primo premio nella prima classe di disegno. Tra la fine del 1773 e l’inizio del 1774 Teodoro entrò come allievo nello studio di Domenico Corvi, conosciuto durante i corsi accademici.
I biografi Tolomei e Diedo riportano che in questa fase Teodoro avrebbe aperto uno studio nella propria abitazione nel vicolo delle Orsoline, una traversa di via Vittoria, e un altro nel palazzo di Firenze, sede diplomatica del Granducato di Toscana presso la S. Sede.
Nel 1776 risultava censito nella casa di Teodoro l’abate pistoiese Tommaso Puccini, raffinato erudito stabilitosi a Roma da tempo per perfezionarsi in giurisprudenza, che sarebbe diventato giureconsulto e uditore di Rota.
Frequentatore assiduo dei cenacoli illuminati, Puccini introdusse Teodoro nell’ambiente dei collezionisti e degli intenditori d’arte. Fra questi si ricorda il generale rovigiano Federico Manfredini, al servizio dei granduchi di Toscana, per il quale Teodoro dipinse, nel 1779, L’allegoria dell’affidamento al marchese Manfredini dei piccoli arciduchi Francesco e Ferdinando (Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti), per commemorare la decisione del granduca Pietro Leopoldo di Asburgo Lorena di affidare al colto generale l’educazione dei suoi figli. L’opera, nel rievocare la statua classica della Minerva Giustiniani, si allineava alla produzione romana di quegli anni. Lo stesso Pietro Leopoldo poi gli commissionò Il libero commercio in Toscana, un’allegoria delle riforme attuate nel Granducato, oggi perduta.
Conclusosi il sostegno economico di Forteguerri nel 1779, Teodoro avanzò la richiesta di un sussidio al Consiglio della Comunità civica di Pistoia, cui inviò il dipinto La Giustizia (Pistoia, Museo civico), finora attribuito a Niccola Monti, tratto dall’omonima allegoria di Giulio Romano nella sala di Costantino in Vaticano.
Il talento di Teodoro nel disegno di traduzione dai maestri del passato, da Raffaello, in particolare, e dalle statue antiche fu posto in risalto dal commissario pontificio delle Antichità, Giovanni Antonio Battista Visconti, che lo volle, a partire dal 1782, fra i disegnatori per le tavole dei volumi dedicati al Museo Pio-Clementino, pubblicati a Roma sotto la direzione del figlio, l’archeologo Ennio Quirino.
Per il primo tomo (1782) Teodoro fornì nove copie di statue; per il secondo volume (1784), ben undici fogli; per il terzo (1788), tre disegni; e infine per il quarto (1790), altre due copie. La fiducia guadagnata presso Visconti (divenuto bibliotecario del principe Sigismondo Chigi e consulente dei collezionisti più in vista) determinò l’attribuzione di altri incarichi, come l’esecuzione del dipinto Il principe Sigismondo Chigi visita gli scavi a Porcigliano (1792: castello di Castelfusano), copia con varianti di un quadro di Gaspare Landi (1785) già nel palazzo Chigi di Ariccia, in cui il nobile mecenate è presentato insieme con l’archeologo (F. Petrucci; D. Petrucci; Grandesso), che gli indica alcuni dei rinvenimenti più significativi, come il celebre cratere Chigi (Ariccia, palazzo Chigi). Sempre attraverso Visconti, Teodoro eseguì i disegni delle statue della collezione di antichità e dei marmi secenteschi del principe Marcantonio Borghese per la pubblicazione da lui curata, Illustrazione de’ monumenti scelti borghesiani (pubblicata postuma a Roma nel 1821), lavoro che condivise con i pittori lucchesi Bernardino Nocchi e i fratelli Agostino e Stefano Tofanelli, giunti a Roma nel 1768.
Fu nel 1784 che Teodoro ebbe l’occasione di cimentarsi in un’opera pubblica, la decorazione ad affresco (andata perduta) dei pennacchi della prima e della terza cappella a destra della chiesa romana di S. Lorenzo in Lucina con L’apoteosi di s. Lorenzo e L’apoteosi del beato Francesco Caracciolo, inaugurata per il triduo di quest’ultimo, riscuotendo la piena «approvazione degl’intendenti e professori», secondo quanto riportato dalle cronache del Chracas.
Fu in questo periodo che strinse amicizia con Antonio Canova e Angelica Kauffmann. Quest’ultima lo stimolò ulteriormente nella predilezione per il ritratto naturalistico di gusto anglosassone che a Roma già faceva riferimento a Batoni.
Nel 1786 Teodoro riscosse il primo successo romano con il dipinto Angelica e Medoro (perduto), commissionato da lord Bristol (Frederick Augustus Hervey, vescovo di Derry) attraverso il suo agente Alexander Day, miniatore e collezionista scozzese.
L’opera fu esposta a villa Medici, suscitando i commenti positivi dei cronisti del Giornale delle belle arti (che pose in risalto come il giovane pittore fosse «in grado sempre più di fare onore a se stesso, e alla nostra Italia») e delle Memorie per le belle arti, in cui si notava come «una elegante fisionomia, una vaghissima acconciatura dei capelli ed un colorito vero […] chiaroscuro bene adoperato, sono meriti non piccoli in questo lavoro, […] e tali che qualunque provetto Professore potrebbe vantarsene». Inoltre, lo stesso Day richiese a Teodoro anche il disegno dell’opera per farlo tradurre in un’incisione da dedicarsi a lord Bristol, incisione che sarebbe stata eseguita da Raffaello Morghen nel 1795. Una serie di stampe ne garantì la diffusione in tutta Europa.
Ma è nel campo del ritratto che Teodoro espresse appieno la sua vocazione artistica, come nel Ritratto di due giovani che conversano in un giardino (Venezia, Gallerie dell’Accademia, in deposito a Ca’ Pesaro), che segna una delle interpretazioni più efficaci del genere inglese delle conversation pieces.
Al 1792 appartiene la pala con La predica di s. Bernardino per il duomo di Perugia (Perugia, oratorio dei Ss. Andrea e Bernardino), in cui si nota l’influenza di Nocchi. L’anno seguente dipinse il Ritratto del duca Francesco Sforza Cesarini (collezione privata), di sapore romantico, in cui l’atteggiamento meditabondo del protagonista, con un cane, in un paesaggio campestre, diede l’avvio a una formula fortunata di intonazione sentimentale che sarebbe stata riproposta anni dopo nel Ritratto di giovane repubblicano (1796: Roma, Museo Napoleonico) e nel Ritratto del conte Lodovico Widmann (1799: collezione privata). Dello stesso 1793 è anche il ritratto di Giuseppe Puccini (Pistoia, Museo civico), fratello dell’abate, in cui Teodoro evidenzia l’eleganza e l’ingegno dell’effigiato, riprendendo la tipologia dell’immagine souvenir in voga a Roma, con l’inserimento sullo sfondo dei Dioscuri del Quirinale e di una riproduzione del Marco Aurelio.
Nel maggio del 1794 si trasferì a Firenze, chiamato dall’abate Puccini, divenuto direttore della Galleria degli Uffizi e segretario dell’Accademia di belle arti, dove ultimò la pala con La morte di s. Andrea Avellino, per la chiesa di S. Giovanni Fuorcivitas a Pistoia, commissionata fin dal 1790 per interessamento dello stesso Puccini. A Firenze ritrovò l’amico conterraneo Francesco Carradori, con il quale aveva condiviso il periodo di formazione a Roma, e sposò, nel 1795, la pittrice di miniature Veronica Porta, poco prima di essere inviato da Ferdinando III di Asburgo Lorena a Milano per copiare il Cenacolo di Leonardo.
Nella città lombarda ebbe inizio un’altra fase della sua carriera; fu richiesto dall’aristocrazia milanese per il suo gusto aggiornato sui modelli anglosassoni.
Rientra in tale tipologia il Ritratto della marchesa Barbara Barbiano di Belgioioso Litta Visconti Arese (1796: collezione privata), in cui oltre alla vicinanza con le soluzioni di Angelica Kauffmann si avverte l’influenza di Andrea Appiani. Subito dopo cominciò un altro ritratto per la stessa famiglia, Alberico XII Barbiano di Belgioioso con la figlia marchesa Litta (Bellagio, villa Melzi), terminato l’anno seguente. In questo periodo eseguì inoltre i ritratti del glittografo Giovanni Beltrami (Firenze, Gabinetto disegni e stampe degli Uffizi), di Pompeo Signorini, ex ministro della Giustizia di Pietro Leopoldo giunto a Milano come consigliere reale, e di sua moglie (collezione privata). Era stato proprio Signorini a fornire a Teodoro i cartoni originali della Cena di Leonardo, sui quali poté realizzare il disegno inviato a Firenze nell’aprile 1796 (Firenze, Gabinetto disegni e stampe degli Uffizi), che con grande successo fu tradotto in incisione molte volte (nel 1800 Morghen ne trasse la sua più nota acquaforte).
Nel 1797, a seguito dell’invasione francese, Teodoro si spostò a Bergamo, dove cominciò a lavorare per la nobiltà locale.
Per la famiglia Camozzi dipinse il ritratto del padre Ambrogio, eseguito postumo forse sulla base di precedenti effigi, e dei figli Andrea, in divisa da ufficiale della Repubblica Cisalpina, e di Gabriele (collezione privata), del quale si conserva anche il disegno (Venezia, Ca’ Pesaro). Per la famiglia Cortenovis ritrasse Giovanni Domenico, padre barnabita, il fratello Bartolomeo e la sorella Marianna, oltre al marito il Conte Belli (collezione privata) in stile appianesco e con una particolare naturalezza. A questa fase appartengono anche alcuni ritratti femminili all’aperto, in cui il paesaggio offre una diversa declinazione emotiva all’immagine, come Ritratto di giovinetta con lettera e Ritratto di giovane signora con foglio di musica (entrambi a Venezia, Gallerie dell’Accademia, in deposito a Ca’ Pesaro). A Ca’ Pesaro si trova inoltre il Ritratto del marchese Cavalli che, come i marchesi Mainoni e Piazzoni, aveva commissionato a Teodoro un soffitto ad affresco per il proprio palazzo bergamasco. I tre soffitti sono oggi perduti (resta solo un’Aurora sul carro, in collezione privata, della quale non si sa se sia quella dipinta per casa Piazzoni). Ancora a Bergamo eseguì nel 1798 il Ritratto di Caterina Lovati Leoni (collezione privata).
Il clima politico lo portò a trasferirsi a Venezia, ora dominio austriaco a seguito del trattato di Campoformio (1797), dove rimase dal marzo 1798 al giugno 1799, eternando le effigi di alti funzionari asburgici, quali Il principe Enrico de Reüss (stampa: Venezia, Biblioteca civica Correr) e il Generale Franz Wenzel (disegno: Vienna, Graphische Sammlung Albertina). Nel contempo realizzò il Ritratto di Domenico Garagnin, già governatore della Dalmazia veneziana, e per conto del fratello di questo, Gianluca, copiò a pastello il ritratto di Isabella Teotochi Albrizzi (collezione privata) dal quadro della E. Vigée-Lebrun del 1791. Nell’estate del 1799 lavorò nel Padovano per committenti locali e veneziani e strinse amicizia con l’erudito collezionista Giovanni de Lazara, per il quale eseguì diversi ritratti, fra cui un Autoritratto a matita, dove appare sullo sfondo una copia dell’affresco di Andrea Mantegna, Il martirio di s. Giovanni, della cappella Ovetari agli Eremitani, lavoro di traduzione che forse Teodoro stava svolgendo per lo stesso Lazara, studioso del maestro padovano.
La carriera di Teodoro raggiunse l’apice quando nel 1800 gli fu commissionato il Ritratto di Pio VII (Venezia, Civico Museo Correr), appena eletto papa nel conclave di Venezia, un’opera eseguita dal vero, come recita l’iscrizione, che enfatizza l’umanità e l’espressività del pontefice. L’anno seguente gli fu richiesto un altro ritratto di Pio VII Chiaramonti in trono per la chiesa di S. Giorgio Maggiore.
Continuò a dipingere ritratti femminili dall’atteggiamento aggraziato, sulla scia dei modelli canoviani, come il ritratto della Marchesa Bolgeni Selvatico Estense (1801) e l’Allegoria nuziale (entrambi in collezione privata); mentre un inedito «carattere espressivo di rigore» (Marinelli, 1989) dimostra l’intenso ritratto dell’Arciduca Giovanni come direttore del Genio (1804: Innsbruck, Tiroler Landeskundliches Museum).
Nel 1802 era diventato professore di pittura dell’Accademia veneziana, che nel 1804 gli conferì l’incarico di maestro della classe di disegno (Francesco Hayez fu suo allievo) e nel 1807, dopo essere stata riformata dal governo del Regno Italico, lo nominò professore di pittura. Intanto il lavoro di Teodoro come disegnatore per le iniziative a stampa era sempre molto richiesto.
Nel 1808 eseguì 24 tavole, incise al tratto, con scene dei successi napoleonici, per il poema encomiastico di Melchiorre Cesarotti La Pronea (Firenze 1808). Nell’album di Leopoldo Cicognara, neopresidente dell’Accademia, si trovano i due bei disegni a matita e sanguigna con i Ritratti di Luigi Sabatelli e Giuseppe Bossi, nonostante l’astiosa diffidenza nutrita da Cicognara verso il Matteini. Nell’ambito religioso, realizzò nel 1805 la Pala con il beato Agostino Kazotic e i ss. Giovanni evangelista e Giacomo minore per il duomo di Traù in Dalmazia.
Morì a Venezia il 16 nov. 1831, dopo essersi dimesso dall’Accademia.
Clicca qui per vedere le opere artistiche di Teodoro Matteini
NEVIO MATTEINI
Tratto dal sito “ Antonio Montanari: Rimini e la sua Storia “
Quel libro riproponeva un titolo del '54, sempre uscito da Cappelli, sotto cui erano contenute biografie che spaziavano da Caterina Sforza a Ida Pascoli, da Luigi Orsini al Passatore. Una sostanziosa documentazione sorreggeva il “medaglione” critico, alimentava i ritratti che si allineavano come in una immaginaria galleria, ove artisti e avventurieri trovavano posto e dignità nel ricordo, accanto agli uomini d'arme ed ai poeti.
Nel '52 era apparsa la sua opera prima presso Fiorenzo Mazzini, su Alfredo Oriani, un altro romagnolo illustre e controverso. Le guide turistiche e culturali di Rimini, San Marino e San Leo avevano accompagnato altri volumi, su Francesca da Rimini, il Conte di Cagliostro, i giornali romagnoli e il «Rimino», una delle prime gazzette d'Italia ed un saggio specialistico, sul più antico oppositore politico di Dante, Guido Vernani da Rimini. Sul finire dell'88, uscì «
Nel '77, per i tipi di Maggioli apparve «Rimini negli ultimi due secoli», opera ricca di notizie e di curiose annotazioni, attraverso le quali Matteini ha ricostruito episodi e figure di una città, nella sua evoluzione economica e sociale. Di particolare pregio, la descrizione dei giorni dell'ultima guerra. Sui bombardamenti dal 1° novembre '43 al 21 settembre '44, c'è un passaggio fulminante che fa apprezzare il suo stile narrativo, rivolto all'essenzialità: «Dieci mesi di straziante agonia. Miseria. Fame. Sequestri. Saccheggi. Vessazioni. Rastrellamenti. Vendette. Eccidi».
Matteini, nelle sue fatiche, ha sempre unito all'informazione storica una dignità artistica, da “bella pagina” che si esprimeva con quella sicurezza a cui, noi ragazzi degli anni '60, guardavamo con ammirazione e con invidia. Un'appendice a questi due tomi, contiene la storia del cimitero di Rimini, dove riposa dal 1970 un figlio di Matteini, Ennio, scomparso non ancora ventenne in seguito ad un incidente stradale. A lui, il padre volle dedicare nel '71 un volumetto che raccoglieva lavori scolastici, prose, poesie e disegni del povero ragazzo, introdotti da Carlo Alberto Balducci. Nevio Matteini rivolse al figlio alcune tese e commosse pagine di un dialogo in cui, tra lo strazio, sembra aprirsi la speranza di un conforto: «Nei tuoi occhi tristi, che pur brillavano per sottile vena di dolcezza, era riflesso il tuo destino?… Ennio, aiutaci. Allora stretti a te, sarà bello sentire l'odore del mare e il cinguettio dei passeri sui rami del cipresso». Adesso, sotto quel cipresso padre e figlio riposano assieme.
Antonio Montanari
Giosuè Matteini
1763-1818
Purtroppo, ad oggi che scriviamo, di Giosuè Matteini sappiamo molto poco. Tutto quello che per adesso siamo riusciti a reperire lo riportiamo qui sotto.
visse a Pistoia in un periodo storico che va dalle riforme di Pietro Leopoldo e di Scipione de Ricci alla Restaurazione. Fu professore di diritto alla Sapienza (nell’edificio dell’attuale Forteguerriana), socio fondatore e segretario dell’Accademia di scienze, lettere ed
arti. E in Accademia fra il 1808 e il 1817 lesse – ogni anno un canto – i sette canti del poema che la morte gli impedì di portare a termine, “Il caffè della Porta vecchia”, dove fa un quadro tutt’altro che lusinghiero della società contemporanea.
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